COP30 a Belém: cosa aspettarsi dalla conferenza sul clima

10 Novembre 2025

Si apre oggi, lunedì 10 novembre, a Belém, in Brasile, la COP30, la conferenza annuale sul clima delle Nazioni Unite che riunisce quasi tutti i Paesi del mondo per discutere le politiche necessarie ad affrontare il cambiamento climatico. L’edizione di quest’anno ha un forte valore simbolico e politico: avviene a dieci anni dall’Accordo di Parigi e si tiene nel cuore dell’Amazzonia, una delle aree più colpite dalla deforestazione e al tempo stesso cruciale per l’assorbimento della CO₂ globale.

Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni nella diffusione delle energie rinnovabili e nelle politiche di decarbonizzazione, la conferenza si apre in un clima di cauto realismo: le emissioni globali continuano a crescere e permangono tensioni geopolitiche che possono limitare la portata degli accordi.

Perché Belém

Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha scelto di ospitare la COP30 in Amazzonia per mettere al centro la necessità di proteggere il maggiore polmone verde del pianeta e, al contempo, rilanciare un ruolo attivo del Brasile nella governance climatica globale. Tuttavia, l’organizzazione dell’evento ha messo in luce anche le contraddizioni della regione: la logistica per accogliere delegazioni da tutto il mondo ha richiesto nuove infrastrutture proprio in una zona già fragile.

Dove siamo rispetto agli obiettivi climatici

L’Accordo di Parigi puntava a contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C. Secondo l’ultimo rapporto ONU sulle emissioni, con le politiche attuali il mondo si sta dirigendo verso +2,8°C entro la fine del secolo. Anche nel caso in cui tutti gli impegni nazionali venissero rispettati, ci si attesterebbe attorno ai 2,5°C: ben oltre la soglia di sicurezza climatica. L’anno appena trascorso è stato il più caldo mai registrato, con eventi climatici estremi sempre più frequenti.

Cosa si discuterà alla COP30

La conferenza mira soprattutto a rafforzare impegni già presi e a costruire meccanismi più chiari per attuarli.
Cinque i dossier centrali:

  1. Aggiornamento dei piani nazionali di riduzione delle emissioni (NDC)
    Molti Paesi non hanno ancora presentato piani coerenti con il contenimento entro 1,5°C. A Belém si punta a definire un meccanismo più vincolante per il loro aggiornamento.
  2. Implementazione dei Piani nazionali di adattamento (NAP)
    Si discuterà di risorse, priorità strategiche e governance per passare dalla progettazione all’attuazione.
  3. Finanziamenti globali per il clima (NCQG)
    Dopo la COP29 di Baku, resta aperto il nodo del finanziamento annuale. I Paesi più vulnerabili chiedono cifre certe e immediate.
  4. Fondo per Perdite e Danni (FRLD)
    L’obiettivo è definire regole chiare per consentire ai Paesi colpiti di accedere ai rimborsi.
  5. Procedure per l’attuazione concreta degli accordi
    Il tema più difficile: trasformare impegni politici in azioni verificabili.

E l’Italia?

L’Unione Europea arriva a Belém con target rafforzati: -55% di emissioni entro il 2030 e l’orientamento a -90% entro il 2040, pur con margini di flessibilità che ne riducono l’efficacia.

L’Italia, invece, arriva con promesse non ancora confermate. Il governo non ha definito come e quando erogherà i 100 milioni di euro impegnati per il Fondo perdite e danni, e i 300 milioni di dollari destinati al Fondo verde per il clima. Una mancanza che pesa soprattutto in una fase in cui i Paesi più colpiti dagli impatti climatici chiedono solidarietà finanziaria reale e verificabile.

Perché questa COP riguarda da vicino città e appalti pubblici

Oltre il 70% delle emissioni globali è generato nelle aree urbane. Per questo, la transizione climatica non si decide solo nei summit internazionali, ma nei territori, nei servizi pubblici, nelle filiere locali, nelle scelte quotidiane delle amministrazioni. Qui entra in gioco il Green Public Procurement (GPP), lo strumento che consente agli enti pubblici di orientare gli acquisti verso criteri ambientali verificabili:

  • edilizia ed efficienza energetica,
  • mobilità elettrica e trasporto pubblico,
  • mense e filiere alimentari sostenibili,
  • gestione circolare dei rifiuti,
  • energia rinnovabile e comunità energetiche,
  • servizi e forniture con minore impronta di carbonio.

Non un dettaglio tecnico, ma una leva economica enorme: gli appalti pubblici rappresentano oltre il 17% del PIL dell’UE. Ogni gara può accelerare o rallentare la transizione.

La domanda centrale

La credibilità della COP30 si gioca su un nodo preciso: Siamo in grado di trasformare obiettivi globali in politiche attuabili e controllabili a livello locale, e in tempi compatibili con la scienza?
È in questa distanza – tra dichiarazioni e realizzazione – che si misura la realtà della transizione.

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